L’antropologia

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La vita del contadino

Nei primi anni del ‘900, i contadini erano numerosissimi e tutti, o quasi, sottoposti a pochi proprietari terrieri. Fra gli uni e gli altri si poneva il ceto dei “galantuomini”, costituito, in genere, dai professionisti e dagli impiegati. Difficile era il passaggio da una classe sociale all’altra: nascere contadini significava, quasi sempre, morire contadini, cioè poveri e disperati.
Nella famiglia contadina lavoravano tutti. Era cosa consueta vedere ragazzi di 7-8 anni aggirarsi nei campi ed aiutare i genitori nella raccolta delle erbe, nella semina, nella mietitura, nella trebbiatura e nella vendemmia. Erano ragazzi che precocemente venivano avviati al mondo del lavoro e sottratti alle scuole, nonostante le leggi sull’obbligo scolastico. A volte, accadeva che ragazzi di solo dieci anni, o poco più, fossero costretti ad allontanarsi dalla famiglia, per essere immessi in una realtà che li soverchiava e li segnava per tutta ala vita con la violenza, le vessazioni, la malvagità. Tutti apprendevano l’arte di coltivare la terra direttamente dai genitori, che diventavano i primi e soli maestri.

La giornata del contadino cominciava alle prime luci dell’alba o anche prima, quando lo esigevano particolari necessità. Ed era il primo ad alzarsi, per “governare” gli animali. Mentre questi mangiavano, lui, con il forcone, raccoglieva il letame (r’mèt’), caricandolo su una carriola e scaricandolo sul traino, già pronto sulla soglia di casa. Poi prelevava dal deposito la paglia pulita e la trasportava nella stalla, dove predisponeva un nuovo giaciglio per le bestie. Subito dopo, attingeva dal pozzo acqua, per dare da bere alle bestie. Infine, con la brusca, strigliava gli animali. Li liberava dalle macchie di sporcizia che si erano depositate nella notte e somministrava loro un po’ di biada, utilizzando un secchiello di rame, che faceva da “misura”. Compiute tutte queste operazioni, cominciava il trasferimento nei campi.

Occorrevano molte ore per raggiungere il posto di lavoro col traino, che era tirato da uno o più muli. Spesso si andava in groppa agli animali e, a volte, anche a piedi. Alcune località si raggiungevano dopo 3-4 ore di cammino. Il lavoro poi, eseguito o direttamente a mano o con l’aiuto di strumenti e di animali quanto mai primitivi, era tale da imporre, una fatica senza confronto. Era normale prima vedere persone che assumevano una posizione curva quasi ad angolo retto: ciò era dovuto al fatto che la maggior parte del lavoro del contadino era svolto stando piegato, in particolare per zappare.
Non era raro, nei decenni passati, vedere contadini recarsi in campagna, trasportando sulle spalle aratri di legno o di ferro, o altri carichi, che sostenevano per l’intero tragitto. Questo eccessivo dispendio di energie incideva negativamente sui processi produttivi e determinava un invecchiamento precoce.
Accadeva anche che, fatte lunghe ore di preparazione e di cammino per raggiungere i campi, arrivasse la pioggia. In tal caso, non restava che ritornare indietro e ripercorrere la strada, sotto la pioggia, riparandosi con sacchi di tela. In quel giorno “il contadino non si era neanche guadagnato il pane che aveva consumato”.
Il contadino aveva con sé un recipiente d’argilla con l’acqua per bere (chìch’m) .
Il suo desinare era molto parco, a base di pane e cipolla, o pane e cicorie. Tagliava il duro pane con il suo coltello e solo la sera consumava il pasto completo: era il momento che riuniva tutta la famiglia.
Tutti i lavori dei campi, che i contadini effettuavano, venivano preceduti da una serie di riti, che comprendevano il segno della Croce e le invocazioni alla Madonna e ai Santi protettori. La stessa cosa si faceva prima di uscire di casa all’alba, o al rientro al tramonto. Preghiere e riti religiosi erano intesi a propiziare il favore di Dio e di altre forze soprannaturali. La Chiesa, del resto, non faceva nulla per scoraggiare siffatte forme di religiosità: anzi le accettava e le stimolava.